Dalle fonti archivistiche
Dott. Ric. Damir Stanić è nato nel 1983 a Zagabria. Dal 2011 è impiegato presso l’Archivio statale croato di Zagabria, dove metteva in ordine e ricercava il materiale archivistico legato alla storia del Confine Militare – soprattutto il Confine di Bihać e il territorio di Slunj e dei suoi dintorni. Poiché per parte di madre proviene di Pavlovac (il cognome Štajduhar), il suo interesse per l’area di Slunj non deriva solo dall’interesse scientifico, ma ha anche una forte dimensione personale ed emotiva. Proprio questo legame lo motiva di scrivere, accanto al lavoro storiografico, anche i testi scientifico-popolari basati sulle autentiche fonti archivistiche e sull’esperienza storica della gente della regione di Slunj.
I lavori nella rubrica: Dalle fonti archivistiche sono risultato delle serie ricerche scientifiche e delle tendenze di scoprire alla comunità locale e al pubblico più vasto i particolari finora sconosciuti della ricca storia del territorio di Slunj attraverso un approccio saggistico-popolare.
L’archivio statale croato, HR-hda-903. Raccolta grafica, N. inv. 1268. I militari croati del Confine Militare nei combattimenti nelle strade di Vienna. Sono rappresentati anche i militari del Confine Militare feriti.
Matija Lovrić – il rinomato maestro di Slunj e l’organista nella chiesa della Santissima Trinità
L’archivio statale croato, HR-HDA-442, Reggimento del confine di Slunj. I dati personali e professionali di Matija Lovrić.
Questo testo è un piccolo contributo, forse anche stimolo per ulteriori ricerche sugli abitanti interessanti e meritevoli di Slunj e della regione di Slunj attraverso la storia. Mi riferirò a uno di loro – Matija Lovrić che era per molti anni maestro a Slunj e organista nella chiesa. Agli abitanti di oggi il suo nome e il suo lavoro probabilmente non sono noti, però si trattava di un rinomato membro della comunità locale, di cui sono conservate fonti sufficienti che ci permettono di presentare brevemente la sua biografia e la sua attività nella comunità locale.
Tutti i dati su Lovrić provengono da diverse fonti compilate nel 1856 e 1857, sebbene queste non siano le uniche fonti storiche che lo menzionano. Lovrić nacque in una famiglia cattolica a Ogulin nel 1799, e fino al 1856 trascorse nel sistema scolastico ben 43 anni e 6 mesi – come assistente scolastico più di 7 anni, e come maestro più di 36 anni. Iniziò la sua carriera didattica molto giovane, all’età di 14 anni, nel 1813, ancora nel tempo dell’amministrazione francese, quando prestò servizio per tre mesi e 15 giorni sul territorio del Reggimento del confine di Ogulin come assistente scolastico. Rimase a questo incarico fino al 13 aprile 1820, quando divenne maestro aggiunto nello stesso reggimento, e già dall’ottobre dello stesso anno fu trasferito a Slunj. Nella scuola triviale di Slunj rimase per ulteriori 36 anni, fino al 1° ottobre del 1856, quanto andò in meritata pensione.
Lovrić allora, già all’età piuttosto anziana, richiese di essere pensionato a causa della salute compromessa. Il medico reggimentale lo visitò e indicò nell’anamnesi medica che era di “costituzione corporea più forte”, che dopo esser guarito dalla febbre nel 1839 sviluppò asma e soffriva di disturbi cronici di respirazione e che otto anni prima cominciò ad avere problemi di vista. Per leggere e scrivere doveva portare occhiali, ma anche con occhiali poteva leggere solo per breve tempo perché altrimenti soffriva di vista offuscata e di mal di testa. Lovrić stesso disse che da decenni lavorava senza assistente scolastico e che doveva insegnare per otto ore a 80-110 bambini, il che lui non era più in grado di fare. La perizia medica confermò le sue condizioni di salute compromesse cosicché gli fu riconosciuto lo status di invalido reale e gli fu assegnata la pensione a titolo di “debolezza corporea” e asma. Come indica la fonte, il suo stato fisico era “seriamente indebolito a causa della vecchiaia e di lungi anni di servizio”.
Sebbene avesse trascorso tutta la vita circondato da bambini, le fonti mostrano che Lovrić e sua moglie (il cui nome purtroppo non è indicato) non ebbero figli, e lui non possedeva neanche significativi beni propri. Nel suo fascicolo personale è descritto dettagliatamente il suo lavoro e il suo profilo professionale. Nella rubrica “talento naturale” è indicato che era “molto bravo”, e la sua calligrafia e ortografia sono valutate come “molto buone e corrette”. Quanto alle lingue, sapeva eccellentemente scrivere, leggere e tradurre il croato e il tedesco, mentre nel campo delle conoscenze scolastiche è descritto come “un tipo puramente empirico”. Per quando riguarda le conoscenze dei paesi, si indica che era competente per la Croazia, ma non per la geografia generale. Il suo comportamento era esemplare, era gentile con i giovani, diligente e zeloso al lavoro, era una persona responsabile e affidabile, di buone maniere, senza alcun “difetto”. Alla fine del documento si trova la rubrica “Se ha meritato la promozione e quale”, nella quale il comando della Compagnia di Lađevac ha scritto la seguente frase: “Ha raggiunto il suo scopo (di vita/professionale, n.d.a.)”.
Lovrić prestò per alcuni decenni anche un altro servizio rinomato e importante a Slunj – era organista nella chiesa della Santissima Trinità. Non occorre sottolineare in modo particolare l’importanza del servizio dell’organista nella celebrazione della santa messa e durante altri riti ecclesiastici: in passato gli organisti godevano probabilmente di una stima maggiore rispetto a quella di oggi. Il prestigio supplementare gli derivava di certo anche dal fatto che era l’unico organista sul territorio della Compagnia e oltre, a quanto pare. Non è indicato dove Lovrić avesse acquisito la sua formazione musicale, ma sappiamo che svolse il servizio ecclesiastico di organista per più di 35 anni, ricevendo lo stipendio mensile di 4 fiorini. Quando la sua salute divenne un serio ostacolo alla continuazione dell’attività musicale, si pose la questione del suo successore. Lovrić stesso non istruì mai nessuno, perché non ne era obbligato, e non possedeva neppure le necessarie competenze pedagogiche. Inoltre, non vi era nessun maestro statale o comunale che sapesse suonare l’organo e che potesse assumere tale servizio. Bisognerà indagare ancora per scoprire come finì questa storia.
Sullo stesso Lovrić si possono sicuramente trovare altre fonti. Se e quando ci riusciamo, potremo completare la biografia di questo uomo oggi dimenticato, che aveva ruoli importanti nella società di Slunj e godeva di stima indubitabile. Il suo status è provato anche dal fatto che gli fu accordata una pensione adeguata e che le fonti non menzionano niente di negativo su di lui. Anzi, è chiaro che Lovrić godeva di stima che merita la persona che istruiva da decenni i giovani dell’area di Slunj, nonostante tutti i problemi che affrontava sia il sistema scolastico sia lui personalmente. Tali individui meritano che si scriva di loro, e credo che le ricerche future porteranno alla luce del giorno molti altri ufficiali meritevoli di stima del passato. E noi stessi possiamo chiederci: che cosa scriverebbe un comando su di noi alla fine della nostra carriera? Avremmo la fortuna che qualcuno ci valuti, come hanno valutato Lovrić, con la frase: “Ha raggiunto il suo scopo?” Senz’altro possiamo e dobbiamo aspirare a ciò.
Il mondo del Confine Militare
L’archivio statale croato, HR-HDA-442. Reggimento del confine di Slunj. I dati del defunto Nikola Mance e di suo figlio Vid.
Il mondo del Confine Militare era molto povero. Certamente, come in ogni società, esistevano grandi differenze tra le stesse comunità famigliari del Confine Militare e le singole famiglie: alcune di loro erano più benestanti, le altre erano di modeste condizioni economiche, molte anche proprio sul limite o, più spesso, oltre il limite della soglia di grave povertà. A un uomo moderno è difficile anche solo immaginare com’era la realtà nel passato. La vita era estremamente difficile, l’agricoltura era rudimentaria, la mortalità alta, l’analfabetismo onnipresente; ogni giorno presentava letteralmente una piccola battaglia nel grande conflitto con la morte. Agli uomini spettava, in base alla loro forza fisica, il ruolo principale, consolidato ulteriormente con la loro posizione sociale dominante rispetto alle donne. Sebbene ci fossero anche le vedove che stavano al capo della famiglia, questo era il mondo nel quale di regola dominavano gli uomini. Quando una famiglia rimaneva senza un uomo, e non c’era nessuno che lo potesse sostituire, la famiglia entrava in grave crisi esistenziale.
Come conseguenza delle guerre condotte sul Confine Militare e/o quelle imperiali combattute dagli Asburgici per tutta l’Europa, la società del Confine Militare aveva un numero frappante delle persone con un certo livello d’invalidità. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo circa la metà della popolazione maschile del Confine Militare aveva una forma d’invalidità. I feriti si dividevano in categorie di “semi invalidi” e “invalidi veri e propri”. Solo un numero piuttosto piccolo di “invalidi veri e propri/totali” riceveva l’assegno d’invalidità, mentre gli altri non erano così fortunati. Quelli con il grado d’invalidità più piccolo non erano liberati neanche da lavori domestici e agricoli. Dovevano lavorare anche a giornata. L’invalidità è la conseguenza delle ferite e/o malattie che in modo permanente compromettevano la salute dell’individuo, rendendolo molto spesso la preda del cacciatore eterno – la Morte. La situazione più difficile era quella di piccole famiglie, dove l’unico uomo era invalido, indipendentemente del fatto se riceveva l’indennità per l’invalidità o no. Se l’unico uomo in casa fosse stato allo stesso tempo invalido con il sopporto, l’esistenza della famiglia sarebbe dipesa della sua indennità e del suo stato di salute. Se fosse morto, la famiglia sarebbe restata senza il capo della casa, senza uomo e senza il supporto economico.
Uno di questi casi è accaduto con la morte dell’invalido Nikola Mance di Donji Lađevac (la casa numero 22). Lui è diventato invalido negli eventi drammatici e famosi al livello mondiale nel rivoluzionario anno 1848, né più né meno che nell’assalto al ponte di Sofia a Vienna. Lui ha dimostrato un grande coraggio, ma il destino glielo fece pagare con una ferita al braccio superiore sinistro e con l’invalidità permanente. Il sovrano lo premiò allora con una medaglia d’oro al valore e con la conseguente pensione di invalidità. Purtroppo, Nicola non visse a lungo – morì il 3 novembre del 1855 di colera, all’età di 35 anni, lasciando dietro la moglie Anna e due piccoli bambini: Vito di quattro anni e Teresa che aveva solo un anno. Con la sua morte l’assegno per l’invalidità smise di arrivare. Dai documenti risulta che, nonostante il modesto sopporto statale, vivevano una vita molto povera ed erano tra le case più povere della Compagnia di Lađevac. Dopo la morte del marito Anna impoverì ancora di più, a tal punto che non poteva neanche comprare le marche da bollo prescritte per la domanda con la quale chiedeva che le venisse assegnato ulteriore sussidio in denaro e l’assegno per mantenimento per figli, come indicavano i comandanti della compagnia. Come disperata fosse la loro situazione lo mostra anche il fatto che la sua domanda fu appoggiata sia dalla Compagnia di Lađevac sia dal comando del Reggimento del confine di Slunj – istituzione nota per l’inflessibile severità militare e confinaria, e talvolta anche per l’insensibilità burocratica.
Come finì questa triste storia non lo sappiamo. Credo che tutti quelli che leggono questo testo sperino che la madre, come anche i bambini, avessero superato quelle sfide difficili, che il loro destino si fosse ribaltato e la fortuna tornò a sorridergli. Tuttavia, quelli che si occupano della storia lo sanno e tutti gli altri lo possono intuire e sentire istintivamente che il più spesso questo non era il caso – il passato è innanzitutto un orizzonte di sofferenza e di lotta per la mera sopravvivenza. Proprio questa consapevolezza e questo sentimento dovrebbe svegliare in noi il rispetto verso i nostri antenati, che, nonostante l’incessante lotta contro le sabbie mobili dell’esistenza, hanno resistito coraggiosamente e abbastanza a lungo sulla superficie per permettere a noi oggi una qualità di vita che loro non potevano neanche immaginare. Allora – in loro onore – viviamo!
Chiedo che mio bambino non vada a scuola
L’archivio statale croato, HR-HDA-442, Reggimento del confine di Slunj. I nomi, l’età e le origini degli alunni che ritirati dalla scuola di Slunj.
In passato un numero piccolissimo di bambini frequentava la scuola, e la situazione non era diversa neanche nel Confine Militare. La maggiorità degli abitanti era analfabeta e in questo senso priva di istruzione scolastica, per cui quell’aspetto della vita sociale generalmente non veniva nemmeno messo in discussione. Comunque, le scuole esistevano – dapprima quelle gestite da sacerdoti o da membri di ordini religiosi e, più tardi anche diversi tipi di scuole statali (popolari, tedesche ecc.). Erano frequentate soltanto da un numero ridotto di bambini, per lo più maschi. Anzi, dalla prospettiva odierna risulta insolito e forse difficilmente comprensibile il fatto che quel numero già ridotto di bambini non raramente diventasse ancora minore perché le famiglie stesse spesso chiedevano che i bambini non venissero iscritti a scuola oppure che i bambini già iscritti siano ritirati dalla scuola. Il motivo per questo era del tutto prosaico – la scuola rappresentava una spesa finanziaria per le case confinarie e si sentiva anche la mancanza di figli nei lavori domestici/cooperativi di ogni giorno. La coscienza dell’importanza dell’istruzione non era ancora abbastanza sviluppata, cioè, anche se esisteva era sottoposta alle sfide esistenziali.
Per quanto riguarda l’istruzione sul territorio del Reggimento di confine di Slunj, esistono numerose fonti del XIX secolo. Così, per esempio, nel 1857 fu indicato che sul territorio della Compagnia di Blagaj esistevano 18 villaggi e tre parrocchie con 4255 abitanti e con le case che, grazie al terreno pietroso e di scarsa qualità, erano molto disperse cosicché solo alcune cooperative distavano meno di un’ora a piedi dalle scuole nuovamente costruite a Veljun e Cvijanović Brdo. Per questo, soltanto da 40 a 50 bambini potevano frequentare lezioni in quelle scuole. Le cooperative, neanche negli anni migliori non erano in grado di assicurare il cibo sufficiente dai loro poderi poco fertili, e i comuni erano troppo poveri per mantenere due maestri, nonostante lo Stato assicurasse ai maestri la legna e il materiale da costruzione. Quanto fosse difficile la situazione lo dimostra il fatto che i capi comunali della Compagnia di Blagaj presentarono una domanda con la quale richiedevano che le lezioni si tenessero soltanto alla scuola tedesca di Veljun, e che nelle altre due scuole, al posto dell’insegnamento scolastico si impartissero le lezioni di catechismo la domenica e nei giorni festivi in determinate parrocchie – fino a quando la situazione materiale degli abitanti della Compagnia di Blagaj fosse migliorata. Infatti, i capi locali chiedevano che le lezioni nelle scuole popolari fossero temporaneamente sospese e che rimanesse attiva soltanto la scuola più elitaria, quella in lingua tedesca, nella quale si formavano i futuri professionisti destinati al servizio militare e amministrativo. Allo scopo di formare il personale di questo tipo, spesso certi alunni venivano trasferiti dalle scuole popolari in quelle tedesche.
Così, per esempio, le autorità militari indicarono nel 1846, per quanto riguarda il ritiro degli alunni e il loro trasferimento alle scuole tedesche, dalle scuole popolari a quelle tedesche si trasferivano soltanto i bambini di talento con meno di nove anni, e nel caso che non mostrassero successo già nel primo anno, gli si accordasse il ritiro dalla scuola. Tuttavia, occorre rilevare che le autorità militari richiedevano che anche i bambini cancellati dalla scuola frequentassero la scuola di domenica e nei giorni di festa fino al compimento di 15 anni di vita. Occorreva riempire le scuole elementari con i bambini di sei a sette anni, di ambedue i sessi, facendo particolare attenzione che il numero di alunni non si ridusse. Com’è già menzionato, per i bambini dotati si cercava di trovare posto nel sistema scolastico e di permettergli il trasferimento nelle scuole tedesche, nelle quali si formavano i professionisti per il servizio militare e amministrativo del Confine Militare. Il numero di alunni nelle scuole tedesche nel 1846 non era sodisfacente – così, per esempio, la Compagnia di Blagaj aveva soltanto un ragazzo iscritto alla scuola tedesca, il che poteva risultare in mancanza di persone alfabetizzate pronte per il servizio militare o per i posti nell’amministrazione militare. Per questo era necessario trasferire un certo numero di alunni dalla scuola popolare in quella tedesca.
Per quanto riguarda i bambini cancellati dalla scuola, un’altra fonte del 1846 dimostra che quell’anno otto bambini furono ritirati dalla scuola popolare di Slunj: dalla prima classe il decenne Stjepan Blašković, e dalla seconda classe i quattordicenni Pavle Barić, Tomas Barili, Ivan Šlat, Petar Modrušan e Pavle Štefanac della Compagnia di Lađevac, come anche i quindicenni Ilija Karavlah e Mihael Žalac della Compagnia di Vališ Selo. Tomas Barili fu cancellato dalla scuola perché aveva cominciato a praticare, cioè apprendere un mestiere artigianale (non specificato), mentre gli altri continuarono a lavorare “in ufficio” (in die Kanzellay). Nella scuola popolare di Slunj così rimasero 48 bambini. Allora fu di nuovo sottolineato che dalle compagnie delle quali i bambini frequentavano la scuola a Slunj (quella di Lađevac, di Vališ Selo e di Blagaj), soltanto gli alunni più dotati potevano essere mandati nelle scuole tedesche. La Compagnia di Lađevac, alla quale apparteneva Slunj, doveva scolarizzare un numero di bambini di ambedue i sessi pari alla capienza degli spazi scolastici.
Queste fonti dimostrano che nelle strutture del Confine militare esisteva la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione dei bambini, persino anche se essa fu motivata per lo più dalle esigenze del servizio militare e amministrativo. Forse questo breve richiamo agli alunni di una volta di Slunj e dei dintorni, che venivano ritirati dalla scuola per altre necessità, metterà in evidenza almeno parzialmente il fatto che i traguardi della vita moderna – tra cui anche l’istruzione – non vanno dati per scontati né ritenuti come presenti da sempre, ma hanno la loro storia recente e complessa che merita rispetto e comprensione.
Da Pavlovac a Hrtkovci/Il viaggiatore dal viso stretto e chiaro
L’archivio statale croato, HR-HDA-442, Reggimento del confine di Slunj. Il permesso di viaggio di Pavle Volarić con i dati personali.
La storia croata, e purtroppo anche il presente, sono in gran parte segnati dalle migrazioni. Le migrazioni forzate e volontarie, quelle interne ed esterne – che hanno portato gli individui, le famiglie e persino le intere comunità a trasferirsi nei paesi immediatamente vicini, oppure a partire anche oltre il grande oceano – sono una parte integrante della nostra dinamica esperienza storica. Gli attacchi ottomani, le epidemie, i cambiamenti climatici, le raccolte andate a male, le tenute agrarie arretrate, le malattie dei vigneti e altre sfortune cacciavano senza pietà i nostri abitanti dai loro focolari verso i nuovi orizzonti, i nuovi spazi socioculturali, come anche i nuovi assetti politici dentro i quali, occorre sottolineare, loro avevano spesso maggiori possibilità di assicurare la propria esistenza rispetto a quelle nella loro patria. Una delle più importanti vie migratorie era quella verso la Slavonia e la Vojvodina (primariamente la Sirmia), dove emigrarono anche numerosi abitanti del territorio del Confine militare.
L’emigrazione della popolazione croata in Sirmia rappresentava un processo plurisecolare che si svolgeva in diverse fasi– sia di massa, sia capillari. Verso le pianure pannoniche si trasferivano famiglie, parti di cooperative di famiglia o singoli individui. Il motivo più frequente erano le difficili condizioni di vita nel vecchio paese, che molto spesso era uno spazio sovrappopolato, poco fertile e di una povertà per noi oggi difficilmente concepibile, da dove non era sempre semplice neppure emigrare. Le autorità, soprattutto quelle più autoritarie come quelle del Confine militare, non permettevano migrazioni di propria iniziativa – occorreva ottenere il permesso ufficiale attraverso una procedura amministrativa gerarchicamente stabilita. Nella maggior parte dei casi il maschio adulto – capo della cooperativa, padre di famiglia o individuo che agiva nel proprio nome – presentava la richiesta ai comandanti della compagnia, i quali la inoltravano al comando del reggimento per la decisione.
Questo processo coinvolse anche la popolazione del Reggimento del Confine militare di Slunj, cosicché nelle fonti del XIX secolo si può trovare un considerevole numero di documenti riguardanti l’emigrazione di famiglie e singoli individui. Non di rado accadeva che dapprima partissero temporaneamente, per lavorare presso parenti o conoscenti, singole persone, che poi cercavano di trasferire anche le proprie famiglie. Talvolta si richiedeva il permesso per un allontanamento temporaneo per lavoro nelle regioni pannoniche più fertili e ricche, dopo di che si tornava a casa. Vi furono anche casi in cui si chiedeva il permesso per una visita temporanea a parenti o affini che si erano già trasferiti in Sirmia.
In allegato presento le fotografie della richiesta del 1845 con la quale Pavle Volarić di Pavlovac (n. civico 13) chiedeva il permesso per una partenza temporanea presso il proprio suocero Vido Cindrić a Hrtkovci, nel territorio del Reggimento del Confine di Petrovaradin. Cindrić era sicuramente anche lui un immigrato a Hrtkovci, mentre Volarić aveva già prima presentato anche lui una richiesta per trasferirsi in quel luogo, ma la domanda era stata respinta perché allora si avvicinava la stagione dei lavori agricoli. L’autorità militare vigilava affinché le famiglie fossero in grado di svolgere tali lavori a un livello adeguato – e gli uomini adulti erano a questo riguardo di importanza decisiva. Poiché i lavori principali erano ormai terminati, e Volarić aveva nuovamente presentato la richiesta di emigrazione, i comandanti della compagnia di Blagaj il 12 ottobre 1845 inoltrarono la sua richiesta al comando del Reggimento del Confine militare di Slunj per la decisione.
Dall’allegato vediamo che Pavle (Paval) Volarić aveva chiesto un permesso di tre mesi per visitare il suocero, e con lui intendeva partire anche sua moglie Mara, evidentemente figlia di Vido Cindrić. La fonte offre anche altri dati interessanti: si indica che Volarić aveva 39 anni, che era cattolico, sposato, di statura media, aveva capelli biondi, volto stretto e chiaro, occhi castani, senza particolari caratteristiche fisiche, era di buona condotta e vestito alla maniera del Confine militare (grenzmässig). È inoltre registrato che il suo servizio militare e l’economia familiare non ne risentiranno, poiché gli obblighi saranno svolti da altri membri della famiglia.
A Volarić fu approvata la partenza e gli fu rilasciato un lasciapassare, mentre a noi rimane una piccola testimonianza della mobilità nel mondo premoderno – perfino in quello più rigido, com’era la società del Confine militare – e delle antiche connessioni migratorie tra lo spazio croato e la Vojvodina, che devono ancora essere studiate. Nei fondi archivistici del Confine militare del XIX secolo compaiono non di rado fonti che mostrano forti legami migratori tra l’area di Slunj e i villaggi di Hrtkovci e Nikinci in Sirmia. Si tratta di processi che dobbiamo ancora indagare e comprendere, per poter capire più a fondo noi stessi e la realtà dei nostri antenati.
Sulla vaccinazione e sui morsi dei cani rabbiosi
L’archivio statale croato, HR-HDA-903. N. inv. 1041. Rappresentazione delle giovani ragazze croate di Slunj e Ogulin.
La popolazione premoderna affrontava tutta una gamma di varie malattie che minacciavano la loro sopravvivenza e che oggi sono state sradicate, oppure non rappresentano più una minaccia particolare. Basta menzionare la famigerata peste che a onde ripetute falciava intere comunità, lasciando dietro i villaggi e le città (semi)deserti e i sopravvissuti permanentemente traumatizzati. Accanto alla terribile peste, infierivano anche gli altri morbi pericolosi, che ci colpiscono ancora oggi (stagionalmente), ma che la medicina contemporanea cura di routine. Un tempo l’influenza, la varicella o la polmonite rappresentavano un grande rischio esistenziale, e, dalla prospettiva odierna, le probabilità di sopravvivenza degli ammalati erano sconvolgentemente basse. Queste circostanze sanitarie dominavano da molte parti del nostro paese persino negli anni immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dunque fino ai tempi recenti. La contemporanea protezione sanitaria pubblica ci ha protetti, ma allo stesso tempo ci ha anche abbagliato: non solo non ci ricordiamo di quei tempi di sofferenza, ma ci risulta difficile anche immaginarli. E perciò l’uomo moderno rimane sconvolto quando sente parlare o legge dell’entità della mortalità causata da malattie che noi oggi risolviamo con abituali terapie e con brevi assenze da lavoro.
Una malattia però suscitava in passato – a ragione – grande timore e si è impressa profondamente nella memoria sociale – la rabbia. Non solo che la malattia era il più spesso mortale, ma veniva trasmessa frequentemente dai cani contagiati e resi feroci, nei loro attacchi drammatici agli esseri umani. Le altre malattie si diffondevano in modo inosservato, ma nell’attacco di un cane rabbioso non c’era niente di nascosto. Questo intreccio di fattori provocava un’enorme paura tra la gente e rappresentava un grande problema di salute pubblica nel XVIII e XIX secolo. Oggi, del resto, la rabbia è ormai completamente sradicata (almeno per quanto riguarda i cani), ma rimane comunque una malattia che non raramente risulta mortale se il trattamento non viene iniziato in tempo.
Proprio di uno di questi casi si parla in questo testo. Alla fine di aprile del 1850, il medico aggiunto del Reggimento del confine di Slunj, Franz Wild eseguì nel periodo di uno-due giorni il procedimento di vaccinazione di ben 168 bambini nel territorio della Compagnia di Lađevac e preparava lo stesso procedimento nel territorio della Compagnia di Blagaj. Non è stato indicato precisamente contro quale malattia fosse stata eseguita la vaccinazione, ma essa coincise con un episodio sgradevole. Infatti, il giorno quando iniziò la vaccinazione dei bambini della Compagnia di Lađevac, il 27 aprile 1850, nel villaggio Cvitović un cane presumibilmente rabbioso morse una ragazza di dodici anni all’avambraccio destro. Purtroppo, il nome della ragazza attaccata non è conservato. Il medico aggiunto Wild visitò la bambina attaccata e constatò che si trattava solo di una contusione senza una ferita aperta, ma effettuò tuttavia il trattamento consueto– la scarificazione, cioè una piccola incisione della cute, e la profilassi.
Dal rapporto mandato dal medico quel giorno da Veljun, abbiamo l’impressione che lui guardasse con l’ottimismo alla possibilità di guarigione della ragazza attaccata. Se tali speranze fossero giustificate o meno, oggi non è possibile dire. Sebbene siano passati 172 anni da questo incidente, credo che tutti i lettori sperino che la ragazza sia guarita. Sappiamo comunque che fu ordinato alla compagnia, poiché i medici erano sovracaricati, di fare ricoverare subito la ragazza sfortunata presso l’ospedale del reggimento (chiamato “špital” – germanismo che indicava l’ospedale) sotto la sorveglianza dei genitori o dei parenti. Il cane presuntuosamente rabbioso, se non fosse già stato ucciso, sarebbe dovuto essere posto sotto la sorveglianza del medico, che, dopo lo scorrere di quattordici giorni, doveva informare le autorità militari dell’intero caso. Le autorità competenti chiedevano inoltre una spiegazione sul perché fossero informate del caso soltanto il 6 maggio. Che cosa sia successo dopo, non lo sappiamo – le fonti archivistiche non esistono più oppure non sono ancora rinvenute. Resta la questione di quanta documentazione su questo caso fosse effettivamente redatta, poiché qui non si trattava di grandi eventi storici, di battaglie o di personaggi famosi, ma di uomo piccolo, la cui esistenza spesso non era registrata, cantata o studiata, finendo così infine respinta nell’oblio. Che questo breve testo sia dunque un piccolo ricordo di quella moltitudine di persone senza nome, che componeva il grande mosaico del passato dell’area di Slunj/del Confine militare.
A Zagreb, 18 agosto 2025





